Costiera Amalfitana

La Costiera Amalfitana, che geograficamente potrebbe sembrare solo una breve linea di confine tra terra e mare delimitante la parte settentrionale del golfo di Salerno, rappresenta una delle realtà ambientali, storiche e artistiche più apprezzate al mondo, inclusa nel 1997 dall’Unesco tra i siti italiani Patrimonio dell’Umanità. Da oltre un secolo visitatori provenienti da ogni parte del mondo arrivano numerosi per godere, oltre che del mare, degli stupendi scorci paesaggistici, dei borghi marinari e dei tesori architettonici, qui incredibilmente concentrati in poche decine di chilometri quadrati.

Oggi questa costa, che si estende dal Comune di Vietri sul Mare fino alla Punta Campanella per una lunghezza di circa 43 chilometri, richiama alla mente l’estate, le vacanze, le gite fuori porta, ma per secoli è stata esclusivamente terra di pescatori e agricoltori, di vite stentate, di incombenti minacce di devastazione e deportazione, dovute alle incursioni barbaresche, saracene prima e ottomane dopo. Una lunga parentesi, durata quasi tre secoli, dalla prima metà del IX alla prima metà del XII, vide Amalfi protagonista di un periodo di relativa pace, prosperità e gloriosa indipendenza. La storia ricorda che fu tra le più importanti Repubbliche Marinare, con un fervore di commerci da e verso tutti i porti del Mediterraneo centrale e orientale e la fondazione di molte colonie mercantili. Le Tavole Amalfitane sancirono le norme del diritto marittimo e rimasero in vigore per tutto il medioevo. La piccola Repubblica dovette tuttavia arrendersi ad eventi storici ben più ampi della sua portata e, dopo essere stata saccheggiata e distrutta dai Pisani nel 1137, venne inglobata nel Regno Normanno di Ruggero II appena due anni dopo.

Amalfi non fu mai più libera e perse la sua potenza.

Nel 1343 un maremoto di inaudita violenza distrusse gran parte del litorale, portandosi via la cinta muraria della città, molte case, sei chiese e quel che rimaneva del suo recente splendore.
Contemporaneamente ricomparve anche lo spettro della minaccia barbaresca, perché ai saraceni si erano sostituiti, i vascelli degli ottomani, non meno feroci dei primi. Le numerose torri di avvistamento che tanto caratterizzano il paesaggio di questa costa sono il segno tangibile dell’allarme perpetuato, di una vita vissuta con timore e diffidenza nei confronti delle scorrerie piratesche, protrattesi ancora per secoli, fino agli inizi dell’800.

Grazie al contatto col mondo mussulmano arrivarono, tuttavia, anche novità e benefici. Furono introdotti gli agrumi, le albicocche, le melanzane, il caffè e soprattutto tecniche di lavorazione che avrebbero rappresentato la futura fortuna di molti paesi della costa. Infatti fu il mondo arabo a trasmettere la conoscenza della fabbricazione della carta, della produzione dei maccheroni e la costruzione dei mulini a ruota orizzontale.

Nello stesso periodo, grazie alla spinta data dai monaci basiliani prima, e benedettini dopo, le montagne della costiera iniziarono ad essere protagoniste di una ciclopica trasformazione, protrattasi per secoli col sudore delle generazioni che si susseguirono. Sugli impervi e ripidi dirupi furono creati centinaia di chilometri di terrazzamenti e iniziò a realizzarsi quell’agricoltura verticale, di giardini e limoneti, che ancora oggi evoca meraviglia al visitatore.
Una nuova ondata di benessere investì la Costiera tra il Seicento e il Settecento. Maiori venne dichiarata “Città Regia” per la sua opulenza, Positano fu talmente attiva nei commerci marittimi da essere chiamata “la Montagna d’Oro”, a Minori si produceva la migliore pasta del Regno.

Questo grande fervore commerciale trovò la sua battuta d’arresto nell’Ottocento, con lo sviluppo di nuove importanti rotte commerciali, soprattutto verso l’America, da cui i piccoli paesi rivieraschi rimasero tagliati inevitabilmente fuori. Al benessere andarono a sostituirsi rapidamente povertà, emigrazione e impoverimento demografico. Ma proprio nell’800 lentamente iniziò a realizzarsi il graduale passaggio, durato oltre 150 anni, da terra di lavoro a terra di turismo. I paesi, che per secoli erano stati in comunicazione solo con l’entroterra e tra di loro per mezzo di ripidi sentieri, vennero finalmente uniti da una strada carrozzabile, e con la carrozzabile arrivarono gli artisti, pittori e scrittori, soprattutto stranieri. Tedeschi, austriaci, inglesi, francesi, russi e non ultimi gli italiani, in parte transfughi da una Capri che iniziava a diventare un po’ affollata, iniziarono a descrivere e decantare scorci e paesaggi, a riprodurli su tela, a farli conoscere al mondo intero. La Costiera divenne così la Divina.

Nella seconda metà dell’800, la strada che inizialmente raggiungeva solo Amalfi, arrivò finalmente a toccare Positano, che, dopo l’unificazione d’Italia, si era ridotta a luogo di poverissimi pescatori ed emigranti. Grazie alla nuova strada, il paese divenne gradualmente rifugio di nuove colonie di personaggi, talora strambi, talora illuminati, che qui misero radici, con un flusso migratorio d’elìte rimasto attivo fino ai giorni nostri. La fama delle casette bianche appese sulle rocce del Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi percorse rapidamente il mondo e pittori, letterati, ballerini e sceneggiatori, iniziarono a popolare la scena delle vie di Positano. Un’altra colonia di stranieri illustri aveva intanto messo radici a Ravello. Wagner vi aveva composto il Parsifal, Francis Neville Reid aveva reinventato i giardini di Villa Rufolo e di lì a poco Beckett avrebbe trasformato Villa Cimbrone in una delle maggiori attrazioni della costa. La gente di Costiera rispose riproponendo le proprie capacità artigianali, presto diventate perno di una fiorente economia. Le ceramiche di Vietri, i prodotti gastronomici di Cetara e di Minori, i vini di Ravello, i limoni e il limoncello, la pregiata carta di Amalfi e le “pezze” di Positano, diventate moda e tendenza nel vestire, iniziarono a essere conosciute ed esportate dappertutto. La presenza turistica, diventata massiccia negli anni ’60, stimolò e fece crescere in maniera esponenziale la presenza di alberghi e ristoranti e la Costiera avrebbe seguito sicuramente la triste sorte della cementificazione selvaggia, se nello stesso periodo non fossero scattati una serie di vincoli paesistici e ambientali tra i più severi del nostro Paese.

Da oltre 30 anni in Costiera non si può costruire più. Una lunga vicenda giudiziaria ha portato in epoca recente all’abbattimento del maggiore scempio ambientale perpetrato alla costa negli anni ’70, l’imponente Hotel Amalfitana, ribattezzato per anni dalle cronache il “mostro di Fuenti”. Ancora rimangono qua e là piccole ferite di un passato in cui la parola “ambiente” non infiammava le coscienze ma, posta la parola “fine” a ogni possibilità speculativa, anno per anno progrediscono le azioni di recupero che danno nuova luce e nuovo smalto a quella che è considerata, non a torto, una delle coste più belle del mondo.

A prescindere dalla ricchezza storica e paesaggistica, turisti e vacanzieri arrivano in Costiera Amalfitana anche per godere semplicemente del suo mare, affollando ogni anno spiagge e spiaggette che richiamano indifferentemente turismo internazionale e bagnanti locali, distribuiti in maniera più o meno eterogenea su tutti gli arenili a disposizione. La conformazione orografica di questo tratto del golfo, che vede scivolare i ripidi pendii dei monti Lattari fin giù al mare, con pendenze in certi punti quasi verticali, fa sì che alla costa rocciosa si alternino solamente piccole zone sabbiose, spesso nascoste in calette e insenature poco visibili e raggiungibili solo via mare.
Nel corso dei decenni le spiagge della Costiera Amalfitana hanno subìto numerosi rimaneggiamenti, indotti naturalmente dalle correnti, dalle mareggiate e da violente alluvioni che, oltre a effetti disastrosi su abitati e abitanti, hanno talvolta mutato in pochi giorni l’aspetto del litorale, facendo scomparire o apparire lingue di sabbia e ciottolini in una continua evoluzione, su cui non da ultimo hanno agito anche la costruzione di porti e dighe foranee, determinando l’assetto della costa così come oggi la conosciamo. In particolar modo, a questi cambiamenti del paesaggio contribuirono pesantemente le alluvioni del 1910 e del 1954, che portarono fango e detriti giù dalle montagne, ampliando spiagge già esistenti e creandone di nuove.

Il mare della Costiera, in un passato recente spesso mortificato da attività illecite di pesca e insufficiente controllo delle fonti inquinanti, sta riguadagnando rapidamente i colori mediterranei e le trasparenze di un tempo, grazie ad una più incisiva tutela del territorio e all’istituzione di aree protette. La posidonia oceanica, considerata vero e proprio bioindicatore dello stato di salute dei nostri mari, sta nuovamente crescendo rigogliosa, fornendo una testimonianza tangibile di questa inversione di tendenza. Naturalmente i flussi turistici estivi dell’alta stagione creano talvolta disagi di viabilità, affollamento delle spiagge e un mare che risente di un impatto antropico spesso eccessivo, ma se si ha la fortuna di poter visitare questa costa in media e bassa stagione, si proverà l’emozione di trovare acque sempre limpide, spiagge semideserte, e pochissime auto che percorrono la lunga strada panoramica.
Ad ogni modo, per la sua unicità, il richiamo della Costiera Amalfitana è irresistibile anche in alta stagione, e così succede che le grandi e meglio conosciute spiagge antistanti i paesi rivieraschi vengano punteggiate di lettini e ombrelloni, altre meno accessibili raggiunte via terra con piccoli sentieri naturali o percorsi strappati alla roccia con lunghe scalinate, oppure abbordate da mare con natanti, pedalò, canoe o anche a nuoto, alla ricerca di quella ideale, quella che meglio si adatta alle proprie esigenze e aspettative. Queste spiagge, piccole o grandi che siano, sono un patrimonio inestimabile. Costituiscono l’interfaccia naturale tra il mare e la montagna, tra la semplice attività balneare e l’imponente ricchezza storica, artistica e culturale che la Costiera offre ai suoi visitatori. Forse il vero miracolo della Costiera Amalfitana è proprio questo.

L’essere mare, montagna, storia, cultura, tradizione, arte e paesaggio allo stesso tempo, un inestricabile coacervo di tesori sovrapposti senza soluzione di continuità, che lascia senza fiato e che allo stesso tempo permette di abbandonarsi all’oblio delle sue marine che, per una sorta di strana magia, sono esattamente cento.

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